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(...) Forse fu Davide nella sua veste di esploratore senza paura a dirci “ehi guardate c’è una casa!”, e forse fu a quel punto che mamma e papà sorrisero rendendoci loro complici. Avevano un segreto, e stavano per svelarcelo. Ci avviammo. La casa era gigantesca, piena di finestre che ci guardavano dalla loro solitudine decennale. Il tetto visibilmente sfondato, oggetti polverosi e arrugginiti sparsi attorno. Si immaginava che ci fosse stata una gran vita lì, una volta. Fu in quei momenti che sentii per la prima volta la parola “agriturismo” pronunciata dai miei. Mi rimase impressa ma non le prestai molta attenzione. Abbandonata l’esitazione seguii il mio fratellino sopra i cumuli sparsi, ci dissero di fare attenzione, ma già ci stavamo arrampicando cercando di capire la reale portata di quel ... ma che cos’è? Un castello? Ma nooo…che castello… i castelli hanno le torri, i merli…..i ponti levatoi….. Eppure un po’ l’aria del castello ce l’aveva. L’unica cosa che ci riportava alla realtà erano i segni evidenti di un abbandono non troppo lontano nel tempo. Quando ci avventurammo all’interno delle stanze, tanti oggetti erano ancora al loro posto. Sotto un quintale o due di polvere, calcinacci e ragnatele. Tutto attirava l’attenzione, vecchi giocattoli ci fecero pensare a quei bambini che sul grande terrazzo si erano rincorsi. Una finestra sbattè, chiusa dal venticello del tardo pomeriggio. Ad essa era attaccata una gruccia che reggeva ancora una logora sottoveste rosa. Il cielo a quel punto era azzurro, molto intenso. Passammo così il nostro primo pomeriggio in quella che poi tra di noi rinominammo “la casa”. |
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Riattraversammo il prato di giunchiglie sui nostri passi precedenti, sgattaiolammo sotto la rete, poi il sentiero il prato l’asfalto…il bar di paese, casa nostra… A cena, mamma e papà ci spiegarono cosa fosse un agriturismo. Dopo qualche giorno a scuola ci assegnarono un tema. Io raccontai del sogno dei miei genitori. |
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