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La Lunigiana - I viaggiatori di ogni epoca, prima o poi, sono passati da qui.

Pellegrini, viandanti, mercanti, camminando orme nelle orme, percorrevano il sentiero che incespicando li portava in cima all’antico Monte Bardone, per poi solcare uno dei valichi fondamentali tra Nord e Sud Italia. Dalla vetta si poteva scorgere la terra di Lunigiana, sdraiata subito sotto, mantata dalla sua coperta di verde fitto dei boschi. Rannicchiata, forse serrata in se stessa come se stesse stringendosi addosso la sua protezione di rami e foglie. Bella quanto ricca di segreti, importante quanto scostante. Le Apuane là in fondo riportavano fiato ai polmoni, donando la sensazione che sarebbe bastato stringere i denti il tempo di attraversare questa scia misteriosa, con fare rapido e silenzioso. Il passo lungo in modo di non attirare troppo l’attenzione e di non dover rendere conto a questi Liguri Apuani dissidenti in ogni epoca, testardi, forse un po’ selvaggi. Spesso briganti.
Si scendeva aggrappandosi alla fede, al proprio bastone da pellegrino, al proprio carico di merci da portare laggiù, oltre tutto questo verde, dove le colline lentamente si appianano per poi finire nelle acque larghe del Mediterraneo.
Eppure, nonostante il temperamento fiero della gente del luogo, la Lunigiana è sempre stata terra anche di ospitalità e ristoro. Con il tempo gli sguardi seri smisero di scortare il passaggio degli stranieri, ormai abituati al loro andare e venire, ingentiliti ma mai del tutto ammansiti. Il primo paese a venire incontro è Pontremoli, di lunghe mura esteso tra due fiumi. Ed è qui che noi ci fermeremo.
Su di esso veglia il castrum, la fortezza militare. In esso si entra dalla porta di Parma e si esce da quella Fiorentina. All’interno di esso si scorge un ininterrotto movimento.

   

Ogni occhio di conquistatore che lo scorse lottò per farne un proprio avamposto strategico.
Finimmo contesi, in guerre anche fratricide. Finimmo divisi.
Ci ritrovammo sempre, infine, a combattere insieme contro il meno terribile dei destini e dei sovrani. Ed intanto la piccola geografia urbana si modificava, comparivano torri, scomparivano castelli. Chiese ospitali e monasteri puntellavano la via ed accoglievano al loro interno gli eterni viandanti.
Un po’ per questa abitudine alla difesa, un po’ per quella cocciutaggine orgogliosa e montanara, rimase sempre difficile assorbire usanze e cultura dall’esterno, sebbene certo non mancassero i se pur frivoli contatti.
La Lunigiana si estrinsecò in tradizioni frammentate, in canti popolari dove da un colle all’altro le strofe cambiavano, in numerose favole e leggende dominate da quel senso buio di paura, per poterci stringere di più nelle sere d’inverno. Ognuno aveva il suo santo, il suo signore. La ribellione scorazzava libera e costantemente incentivata da nuovi spunti.
Ma quanto era bello il cielo sopra di noi in primavera, quando il silenzio riproduceva un’idea di quiete deliziosa. Quanto gioiosa l’estate tra i papaveri ed i torrenti. E quanto ricco l’ autunno, quando col vino novello si annaffiava il sapore strepitoso dei nostri cibi poveri eppure così goderecci.

 
     
     
 
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